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Una panoramica sui cambiamenti in atto nel digital manufacturing e sulle prospettive più innovative che coinvolgeranno le imprese di tutto il mondo. Ne parliamo con Arthur Wicker, Direttore Generale, Isringhausen e Presidente del Consiglio d’Amministrazione FDC

Quali sono i cambiamenti necessari in ottica Industry 4.0? Cosa manca alle imprese italiane per portare a compimento il processo di trasformazione digitale? Una panoramica dei cambiamenti in atto nel digital manufacturing e sulle prospettive più innovative (e inevitabili) che coinvolgeranno a brevissima scadenza le imprese di tutto il mondo.

Ce ne parla Arthur Wicker, Direttore Generale, Isringhausen e Presidente del Consiglio d’Amministrazione FDC

Quali sono i cambiamenti necessari da apportare all’organizzazione aziendale in ottica Industry 4.0?
“La prima cosa da mettere in atto è la capacità di cambiare. Per definizione, una delle caratteristiche della Industry 4.0 è l’accelerazione del cambiamento – dovuto ad una accelerazione nelle conoscenze e tecniche disponibili e la riduzione dei costi di nuove tecnologie. Questo vuol dire, a mio avviso, che dobbiamo cambiare le strutture organizzative ad essere più focalizzati su progetti e micro-iniziative. Il management funzionale deve cedere potere decisionale a questi teams; una maggiore proporzione di risorse tecniche deve dedicarsi a studiare e implementare nuove tecnologie e deve esserci disponibilità ad appoggiarci da parte di esperti esterni che hanno il know-how ancora disponibile in azienda. Dobbiamo anche cominciare a valutare l’investimenti da punto di vista più strategico, dove il ROI o payback tradizionale non possono essere gli unici criteri di valutazione. Invece bisogna dare molto più peso ad aspetti come, ad esempio, gli investimento e la loro utilità per imparare, per testare concetti, o come fondamento per altri progetti più promettenti da punto di vista economico. E last but not least, sarà necessario strutturarsi in modo che le persone possano continuare a crescere nelle loro conoscenze e capacità, mantenendosi aggiornate e avendo il tempo morto, ed essendo incoraggiate a pensare come applicare nelle loro funzioni e aziende i processi, le tecniche e tecnologie dal Industry 4.0. Questo include creare spazi per lanciare progetti di prova a scala limitata. Non tutti funzioneranno, ma così le aziende cominceranno a maturare esperienza e  capire cosa serve realmente per trarre vantaggio alla Industry 4.0”

Ci sono aspetti degli attuali modelli e variabili che possono (o devono) a suo avviso essere mantenuti?
“In un processo di trasformazione così profondo come è quello dell’Industry 4.0, sfortunatamente ci saranno delle persone che non reggeranno il ritmo necessario. Il sistema sociale di appoggio deve continuare ad esistere per supportare queste persone, e persino essere rinforzato. La concentrazione della ricchezza rischia di andare oltre il limite che garantisce opportunità a tutti, e di conseguenza si rischia di rallentare lo sviluppo costante della società. Certo, deve esserci più enfasi nel supporto sociale in forma di training e riqualificazione delle persone, solo così avranno una possibilità di rientrare nel processo di cambiamento del Industry 4.0”.

Cosa manca alle imprese italiane per portare a compimento il processo di trasformazione digitale, soprattutto quelle che potranno e dovranno implementare nuovi modelli di digital manufacturing?
“Potrei fare un lungo elenco di quello che manca… ma tutto quello che mi viene in mente si può ricondurre ad un elemento importantissimo: il livello educativo e di conoscenze a disposizione nella popolazione lavorativa in una impresa, a tutti i livelli: dal top management fino agli operatori in stabilimento, tutti devono crescere. L’Industry 4.0 richiederà un alto livello di know-how, non solo per definire le strategie e sapere cosa e come implementare, ma anche, e forse più importante, per mantenere in piedi e migliorare quello che viene implementato. Un altro concetto da precisare è quello di GIGO (garbage in, garbage out). La trasformazione digitale cerca di creare un modello virtuale della realtà altamente affidabile. Un esempio all’antica sono gli errori di distinta base. Con la necessità che siano le macchine a pensare, ad agire autonomamente, a comunicare fra di loro, e ad autogestirsi, la rappresentazione virtuale della realtà (per esempio il layout di una fabbrica) deve essere assolutamente affidabile. Se l’uomo deve intervenire a gestire rappresentazioni virtuali sbagliate o imprecise della realtà, gran parte dei benefici si perdono”.

Quali sono i primi 3 passi necessari per portare subito le industrie italiane nell’Industry 4.0?
“Subito, sembra troppo ottimistico. Sebbene ci siano esempi virtuosi di aziende che stanno affrontando benissimo il tema di Industry 4.0 in Italia, la industria tipica ancora ha molta strada da percorrere prima di potere considerarsi Industry 4.0. Le fondamenta devono essere solidi prima di costruirci sopra. Ecco cosa servirebbe dal mio punto di vista:

1. Aumentare il livello educativo. Sia con iniziative e investimenti pubbliche che partono dalla scuola fino alle università e in particolare istituti tecnici, sia nel mondo professionale-anche in azienda, l’enfasi sull’educazione tecnologica deve crescere fortemente. Eventi come il Next Manufacturing Evolution Conferences, ad esempio, servono per dare visibilità al tema, ma non per insegnare come implementarlo nella operatività di ogni azienda. Per questo servono delle persone altamente qualificate, con conoscenze delle tecnologie e metodologie del Industry 4.0 che parlino bene l’inglese e che siano in grado di capire, analizzare, valutare, implementare e mantenere in piedi, tutto quello che viene inteso come Industry 4.0.

2. Creare centri di vera eccellenza a livello nazionale per generare e diffondere il know-how a livello applicativo. L’Istituto Fraunhofer in Germania è un eccellente esempio: hanno accumulato tante conoscenze e know-how lavorando insieme, sviluppando innovazioni in tante aree. La loro mission è di fare innovazione per aiutare l’industria tedesca ed europea, facendo leva sull’altissimo livello professionale, sempre in crescita, dei loro collaboratori.

3. Promuovere la crescita consolidata delle aziende. Le aziende piccole e medie spesso non hanno le risorse per acquisire lo staff necessario ad un salto qualitativo, e nemmeno per fare investimenti in tecnologie. Si rischia che le sole azioni di promozione di investimento in beni di capitale producano insufficienti mezzi e incentivi collegati all’Industry 4.0 (anche considerando le iniziative 4.0 del governo).

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